La palestra

Ho sempre detestato l'odore delle palestre, i manubri degli attrezzi viscidi di sudore, le umilianti visite di controllo ma in cima alla lista, le schede. Un cyborg muscoloso guarda disgustato per un paio di minuti  le tue rotondità e ti consegna la scheda,  il tuo passaporto per il miracolo corporeo.

La mia personale percezione della scheda è che essa è uno strumento di tortura psicologica e fisica e un escamotage per l'istruttore a fare il filo indisturbato alla più gnocca del pollaio mentre tu ti smazzi da sola. Totalmente sottomessa al mio senso di colpa senior, per il quale l'ozio e la mancanza di iniziative, possibilmente stancanti, sono comportamenti deprecabili, dovevo iscrivermi per forza e subire la visione di glutei duri e braccia sode, mentre io affannavo sulla cyclette nel tentativo di rassodare qualunque parte del corpo.

La cosa che mi faceva veramente ma veramente deprimere era constatare che tutte le ragazze della palestra non sudavano, mantenevano impeccabili pettinature durante i loro saltelli e il trucco era assolutamente perfetto dopo due ore di esercizi, inoltre, non sembrava facessero alcuno sforzo. Io invece sudavo da fare schifo già dopo il primo minuto, le mie chiome ricciolute raddoppiavano il loro volume, il mio colorito diventava paonazzo, mentre il trucco, quando c'era, si disfaceva irrimediabilmente e contestualmente al primo minuto di sudore e infine concludevo la scheda assumendo un'ultima posizione scomposta per sopravvenuta  distruzione fisica, con il viso contratto dallo sforzo e il battito cardiaco a 1000. Barcollante, mi accasciavo sulla panca dello spogliatoio e abbracciavo la bombola di ossigeno.

Ho resistito alla scheda pochi mesi. A quel punto o mollavo la palestra o cambiavo rotta. Cominciai pertanto a valutare la possibilità di passare al piano B, cioè iscrivermi al corso di aerobica, che faceva anche più figo del corso di ginnastica. Come al solito, nel dubbio, il mio senso di colpa senior colpì nel segno e mi pose un imperativo categorico.

Le ragazze del corso di aerobica indossavano graziosi fuseaux rosa, legavano i capelli con fermagli rosa e calzavano scarpette rosa. Il corso era un cesto di confetti rosa. La musica, coinvolgente e dal ritmo veloce, mi metteva un fremito. Gasatissima mi presentai alla prima lezione. Sopra il tutone optai anch'io per un capo rosa così mi sarei integrata alla perfezione. Ancora schiacciata dal complesso del sederone, scelsi una maglietta lunga fino alle ginocchia e mi posizionai nel fondo della sala. Partita la musica, lasciai che il mio corpo seguisse il tempo. Peccato però che il mio ritmo non fosse condiviso dall'istruttrice e da tutte le ginnaste del corso. Loro andavano a destra, io a sinistra. Loro alzavano in perfetta sincronia la gamba destra e io la sinistra. Loro avanzavano e io retrocedevo. Loro respiravano in silenzio e io sembravo un mantice. Finita la lezione, tutte negli spogliatoi con il trucco intatto e senza una goccia di sudore, che è volgare, si sa. Io rimasi a terra, a mò di Uomo di Leonardo, in attesa dei soccorsi.

L'aerobica non fa per me. Lo sport non fa per me. Come disse Woody Allen in uno dei miei film preferiti (Misterioso omicidio a Manhattan) “preferisco l'atrofia”.

 

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